La porno-vendetta è pornografia?

Elin Magnusson, Skin - Dirty Diaries

Elin Magnusson, Skin – Dirty Diaries

Nell’articolo precedente si è parlato della porno-vendetta, un crimine che consiste nel pubblicare immagini sessualmente esplicite del proprio ex-partner su internet. In questo articolo si cercherà di capire che cos’è la pornografia e se il materiale da porno-vendetta sia propriamente pornografico, presentando la definizione fornita da Michael C. Rea, un filosofo analitico che insegna all’Università di Notre Dame, presidente della Society of Christian Philosophers. L’idea che si vuole sostenere è che la prospettiva di Rea – che non considera pornografico il materiale da porno-vendetta, perlomeno prima della sua pubblicazione – sia viziata da una valutazione negativa della pornografia (e dei pornografi), come è affermato, ad esempio, da filosofi come Hans Maes (Università del Kent).



Indice

  • Che cos’è la pornografia?

  • Michael Rea, una definizione di pornografia

  • No Intimacy: la porno-vendetta è pornografia?

  • Bibliografia

 


Che cos’è la pornografia?

2 live crew - As nasty as they wanna be

2 live crew – As nasty as they wanna be

Audio/video in dvd o distribuiti gratuitamente su internet, fotografie contenute in magazine come Penthouse o Hustler, racconti e romanzi, addirittura videogiochi e canzoni. Il dominio della pornografia è immenso e non sembra definibile in base al mezzo di realizzazione, è trans-genere. Capire che cosa sia la pornografia è molto difficile: potremmo dire che la pornografia consiste nella rappresentazione (verbale o visiva) di un contenuto sessualmente esplicito. In questo caso, quindi, sarebbe sufficiente valutare una rappresentazione in base a criteri intrinseci, semplicemente osservando il suo contenuto (e la sua forma), cioè senza dover valutare elementi contestuali, come il dove, il da chi, il quando sia prodotta e pubblicata. Ma, a parte la difficoltà di capire che cosa sia sessualmente esplicito o meno, e per chi lo sia – un seno nudo nella cultura occidentale odierna è ancora considerato esplicito? -, partendo da questa definizione dovremmo chiamare “pornografia” anche, ad esempio, le odiose immagini di uno stupro riprese da telecamere di sicurezza o quelle di una vignetta comica raffigurante una maggiorata in topless, perché sono entrambe sessualmente molto esplicite: l’essenza del pornografico, allora, deve essere cercata altrove. Potremmo dire che sono pornografiche le rappresentazioni usate per eccitare. Ma anche in questo caso finiremmo per comprendere troppe immagini: anche la Venere di Botticelli o un catalogo di intimo possono essere usati per eccitarsi. Bat-Pussy-movie-poster-1973[1]Allora, forse, la pornografia è un insieme di rappresentazioni che hanno l’intenzione e l’effetto di eccitare. C’è un problema anche in questo caso; chiunque abbia visto Bat Pussy (1973), un film che vuole essere un porno mainstream, ma che è realizzato talmente male da non avere alcun effetto eccitante sugli spettatori, sa che difficilmente questo video non potrà essere considerato “pornografia”, sebbene pessima pornografia. Si potrebbe, quindi, dire che la pornografia è costituita da rappresentazioni sessualmente esplicite prodotte per profitto, visto l’enorme giro d’affari della pornografia mainstream. Ma come classificare la pornografia amatoriale, che è prodotta e distribuita gratuitamente? Forse l’elemento centrale della pornografia è l’oscenità, cioè il suo essere offensiva, come sostengono molti conservatori. Bisogna però specificare il tipo di oscenità, l’oscenità per chi e in riferimento a quale epoca; la pornografia, infatti, almeno per la cultura occidentale, ha antenati antichissimi, come mostrano i disegni sulle mura di Pompei, e si può parlare di una progressiva strutturazione della pornografia come genere sin dall’inizio dell’epoca moderna, con gli scritti di Pietro Aretino e, ancor di più, con i testi prodotti, ad esempio, dal Marchese de Sade – da cui “sadismo” – durante la Rivoluzione francese). E poi, anche questa volta, dovremmo includere rappresentazioni che solitamente non sono considerate pornografiche, come le pubblicità di vibratori o profilattici con descrizioni verbali esplicite. Magari hanno ragione, al contrario, quegli artisti e quei critici d’arte, come Vladimir Nabokov (1959), che definiscono la pornografia in negativo, cioè affermando che è formata da rappresentazioni sessualmente esplicite che necessariamente non hanno qualità artistiche o estetiche. Il porno, tutto il porno, insomma, è una roba di poco conto, senza pretese. Ma in questo caso come giustificare la pornografia female-friendly, o femminista, di recente produzione, che invece sembra avere notevoli meriti artistici e qualità estetiche?

Catharine MacKinnon

Catharine MacKinnon

Lo stesso problema, infine, riguarda le prospettive che definiscono la pornografia come “oggettificante” o subordinante o degradante una determinata categoria di persone (ad esempio, le donne). In questo caso, la pornografia female-friendly smentisce queste teorie, perché si pone esplicitamente l’obiettivo di non presentare questi problemi morali.

 


 

 

Michael Rea, una definizione di pornografia

Capire che cosa sia la pornografia, insomma, è davvero molto complicato, anche perché non c’è accordo su cosa sia o meno pornografico. Le immagini contenute in Penthouse e nei video prodotti dalla Vivid Entertainment sono certamente pornografiche, ma le foto e i video usati per le porno-vendette sono propriamente pornografia?

Michael Rea

Michael Rea

A causa dell’uso strumentale delle riflessioni filosofiche sulla pornografia – usate come base per giustificare una posizione politica o per salvaguardare l’arte erotica dalla cattiva reputazione del pornografico -, e a causa della difficoltà stessa di capire che cosa sia la pornografia, sono stati pubblicati molti articoli sulla possibilità di un’arte pornografica e sulle questioni morali riguardanti la pornografia, ma pochi dedicati esclusivamente al problema della definizione. Uno di questi, tuttavia, è What is Pornography? di Michael Rea (2001).

Secondo Rea, una rappresentazione è pornografia “se è ragionevole credere che sarà usata (o trattata) come pornografia dalla maggior parte del pubblico per il quale è stata prodotta” (2001: 120, 134). Una prospettiva di questo tipo evita, ad esempio, il problema delle definizioni fondate sull’uso: non è ragionevole credere che la Venere di Botticelli o un catalogo di intimo siano usati come pornografia dal pubblico per il quale sono stati prodotti, sebbene possa accadere che qualcuno li usi per eccitarsi; come evita anche di fondarsi sulle intenzioni dell’autore, che spesso sono difficilmente verificabili; inoltre supera i problemi legati alla sessualità esplicita, in quanto, se una foto che ritrae piedi nudi sarà pubblicata su una rivista pornografica, e quindi sarà ragionevole pensare che sarà usata dagli spettatori (feticisti dei piedi) per eccitarsi, allora sarà pornografica, nonostante la nudità dei piedi solitamente non sia considerata sessualmente esplicita nella nostra cultura; infine sono evitati i problemi delle definizioni fondate sull’effetto, infatti è probabile che Bat Pussy sarà trattata, cioè considerata, come pornografia, sebbene, a causa del suo essere pessima pornografia, magari non potrà essere usata come tale, vale a dire per un uso masturbatorio.

Marilyn Monroe

Marilyn Monroe

Ma cosa significa, nello specifico, “essere usata (o trattata) come pornografia”? Rea chiarisce che una persona usa qualcosa come pornografia se quel qualcosa è l’occorrenza di un qualche genere di materiale comunicativo, cioè se è innanzitutto un esempio concreto di rappresentazione, come un’immagine o un testo verbale o una conversazione telefonica o una performanceRea si riferisce a un’occorrenza (cioè, ad esempio, a questa determinata immagine di Marilyn Monroe pubblicata su questo sito per illustrare la teoria del porno di Michael Rea), e non, in generale, al tipo di una rappresentazione (cioè all’immagine di Marilyn in sé, a prescindere dagli elementi contestuali, come l’ambito di pubblicazione), perché vuole poter dire che uno stesso tipo di immagine, ad esempio quel nudo di Marilyn, se pubblicato su Life o su Tokyo Lucky Hole, non è pornografia, mentre se è pubblicato su Playboy, lo è. L’occorrenza di quell’immagine pubblicata su un magazine pornografico rende ragionevole credere che sarà usata come pornografia e, quindi, permetterà di dire che quell’immagine è pornografica, ma, in sé, quel tipo di immagine, a prescindere dal contesto in cui è pubblicata, non è necessariamente pornografica. Altre condizioni necessarie perché una persona consideri pornografica una rappresentazione è che quella persona desideri essere sessualmente eccitata o gratificata dal contenuto di quella rappresentazione (ad esempio, dal corpo nudo di Marilyn raffigurato nell’immagine, ma non dalle forme e dai modi di raffigurazione, come la composizione dell’immagine, le luci, i colori…), e che quella persona, nel caso in cui sia già stata gratificata sessualmente, avrà solo un debole desiderio di assistere al contenuto di quella rappresentazione. Rea, con queste ultime due condizioni, vuole sottolineare il carattere del consumo legato alla pornografia, ossia vuole necessariamente legare il pornografico a un uso finalizzato non solo all’eccitazione ma soprattutto alla masturbazione. Infine, l’ultima condizione che deve essere presente perché qualcuno usi qualcosa come pornografia è quella dell’assenza di intimità (“no-intimacy“), vale a dire che non è considerabile pornografia qualsiasi rappresentazione che sia prodotta e usata per favorire l’intimità tra partners. Quest’ultima condizione è inserita apposta per escludere dal dominio della pornografia le immagini prodotte per eccitare il proprio partner, proprio come quelle usate per la porno-vendetta.

 

 


 

No intimacy: la porno-vendetta è pornografia?

Uno dei problemi che riguardano la definizione di Rea, come rileva Michael Kessler (2012), è prettamente politico, e riguarda le conseguenze illiberali (una “tirannia della maggioranza”, à la John Stuart Mill) che potrebbe avere l’accettare una definizione fondata sugli usi che ne fa la maggior parte del pubblico per la quale è stata prodotta una rappresentazione. Da liberale e individualista, Kessler rifiuta che lo statuto ontologico di un oggetto (il suo essere, ad esempio, pornografia, o erotismo, o altro) possa essere determinato da criteri esterni come la considerazione di una maggioranza di persone. Ma, questioni politiche a parte, dal punto di vista strettamente filosofico, la posizione di Rea, sebbene eviti esplicitamente di inserire condizioni valutative, quindi di considerare la pornografia come qualcosa di necessariamente negativo (per mancanza di qualità artistiche, o per il suo essere moralmente discutibile), finisce per includerle. Dire che una persona considera qualcosa come pornografia solo se desidera assistere al suo contenuto per gratificarsi sessualmente, e che nel caso in cui fosse gratificato, avrebbe solo un debole desiderio di assistere al contenuto, significa in definitiva escludere la possibilità che quella persona abbia interesse per le qualità estetiche e artistiche, o per il contenuto politico di quella rappresentazione pornografica. La pornografia, insomma, per Rea, sembra essere un mero aiuto alla masturbazione.

Elin Magnusson, Skin - Dirty Diaries

Elin Magnusson, Skin – Dirty Diaries

L’insieme di corti pornografici Dirty Diaries, di Mia Engberg, smentisce idee di questo tipo, in quanto pone come centrale il valore politico ed estetico della pornografia, pur non mancando di ricercare l’eccitazione sessuale. Una prospettiva di questo tipo sembra, inoltre, escludere la pornografia che si guarda per curiosità, senza l’intento di essere gratificati sessualmente, come esclude un genere di video pornografici che si potrebbe definire “istruttivo” (do it yourself, o how to),  cioè costituito da quei video pornografici che illustrano come realizzare il proprio film pornografico amatoriale, in cui l’elemento centrale è, appunto, istruttivo, non masturbatorio – a prescindere dal valore estetico e morale che questi video possono avere, è difficile non considerarli pornografici a tutti gli effetti – (Maes 2012: 30-31).

Sembra corretto dubitare anche del criterio della “no-intimacy” proposto da Rea: perché escludere immagini prodotte amatorialmente da donne e uomini per la propria o altrui eccitazione dal dominio della pornografia? Perché considerarle pornografia solo nel momento in cui venissero pubblicate, e non prima, quando sono usate privatamente? Idee di questo tipo sembrano celare, nuovamente, una latente condizione valutativa della pornografia. Bisogna escluderle, insomma, perché una donna che scatta foto di sé sessualmente esplicite per il piacere del suo compagno o della sua compagna non può essere considerata una pornografa (2001: 118). Ma uno spogliarello o una lap dance dance eseguiti per eccitare il proprio o la propria partner, o foto e video sessualmente espliciti, come anche lettere o telefonate seducenti non si considerano pornografia, solo se si ha un’idea negativa della pornografia, e le persone che le realizzano non si considerano pornografi, solo perché si ha una visione degradante dei pornografi. Ma quello che sembra corretto dire, in questi casi, è che quel materiale non è una produzione professionale di pornografia, ma amatoriale, come quelle persone che lo producono non sono dei pornografi professionisti, ma amatori, non che quelle rappresentazioni non siano tout court pornografia.

 


 

Bibliografia

Kessler, Michael

2012   The Danger of Rea’s Definition of Pornography

Maes, Hans

2012   “Who Says Pornography can’t Be Art?“, in Maes, H, Levinson, J. (a cura di), Art and Pornography, Oxford University Press, Oxford 2012.

Nabokov, Vladimir

1959   On a Book Entitled ‘Lolita’, in “Encounter”, 12, 4, pp. 73-76.

Rea, Michael C.

2001   What Is Pornography?, in “Nous”, 35, no. 1, pp. 118-145.

 

 

 

 

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