Porno-vendetta

porno-vendetta

Che cos’è la porno-vendetta?

La porno-vendetta si basa su un concetto semplice: se mi lasci, ti sputtano. Pubblicare foto o video dell’ex girati in intimità per vendetta, ma anche per semplice machismo (“io mi son fatto/a questa/o”), o usare questo materiale come merce di scambio per ottenerne altro, senza il consenso dell’interessata/o, è un reato. Ma prima che essere illegale, è semplicemente un gesto infantile. La maggioranza delle vittime, come è facile immaginare, è composta da donne, e questa forma di violenza va ad aggiungersi alla lunga serie di forme di subordinazione che si continuano a perpetrare ogni giorno nei confronti delle donne.

La porno-vendetta è a tutti gli effetti una forma di molestia assimilabile alla violenza domestica, è una deliberata invasione della privacy che può causare forti disagi psicologici, soprattutto nei casi in cui la vittima non abbia gli strumenti sufficienti a comprendere i meccanismi che si nascondono in gesti di questo tipo.

Denunciare non è semplice, è facile immaginare sguardi colpevolizzanti da parte di chi dovrebbe difenderti, il proprio compagno, la propria famiglia, il proprio avvocato o l’ufficiale delle Forze dell’Ordine al quale ci si rivolge per la denuncia, ma è un atto necessario per sé stessi e per le altre vittime.

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Oltre all’accusa verso la pornografia di essere causa di violenze sessuali, femministe come Andrea Dworkin e Catharine Mackinnon, una trentina di anni fa, invocavano la censura anche a causa della violazione del diritto di espressione delle donne, in quanto la pornografia minerebbe la loro credibilità, presentandole esclusivamente come oggetti sessuali a disposizione degli uomini. Nel dibattito morale recente sulla pornografia posizioni di questo tipo sembrano aver avuto la peggio, perché non è per nulla chiaro se le immagini pornografiche dicano qualcosa sulle donne in generale, ma personalmente ritengo che nel caso della porno-vendetta questo argomento sia molto solido. Il carattere spesso documentaristico di questo materiale non ci fa parlare di personaggi fittizi e di attori che li interpretano, ma delle persone stesse che vengono raffigurate e, sebbene quelle immagini non dicano nulla sulle donne, in generale, dicono qualcosa su quella singola donna che è stata vittima della porno-vendetta. Immagino quanto possa essere complicato ottenere rispetto e risultare credibili, nel momento in cui chi dovrebbe difenderti ha di fronte a sé un video in cui stai avendo un rapporto sessuale. Allora penso a un esercizio che fanno spesso gli attori, in cui si deve recitare di fronte a un pubblico un monologo tragico con in testa un cappello da asino, o con un naso da clown, cercando di far dimenticare agli spettatori l’ostacolo del ridicolo grazie alla propria determinazione nella recitazione. Chi si trova nella condizione di dover denunciare una porno-vendetta, dovrebbe immaginare di trovarsi in questa situazione e trovare la serenità di affrontarla con la coscienza di aver subito un torto senza avere alcuna colpa. È necessario parlarne, come è necessario denunciare, per elevare a politico quello che nasce come problema privato. Prendere coscienza della violenza subita e pubblicare il problema è l’unico modo per diffondere consapevolezza, ma anche per evitare sul nascere la colpevolizzazione della vittima che facilmente può avvenire in questi casi: è l’unico modo per rendere invisibile quel cappello da asino che vogliono metterti in testa (o, meglio, metterlo sulla testa di chi ha commesso il reato, pubblicando senza consenso).

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Si potrebbe pensare che le difficoltà psicologiche e il senso di colpa conseguente al subire un atto di questo tipo non siano altro che il frutto di un attaccamento eccessivo alla propria reputazione, all’onorabilità, dipendente dalle influenze di una cultura che criminalizza la libertà sessuale. In realtà, si potrebbe dire, io, oltre ad essere una professionista seria, un’amica fidata, una cittadina responsabile, sono e voglio essere anche un soggetto e un oggetto di piacere sessuale, e vivere come voglio la mia sessualità non dovrebbe screditarmi come professionista, amica, cittadina. Il problema centrale, quindi, è sociale, non è tanto nella pubblicazione di immagini che mi ritraggono come un essere sessuale, ma nella colpa che le persone che mi stanno accanto mi attribuiscono per la mia sessualità. Personalmente, penso che ognuna abbia il diritto di scegliere come gestire il proprio impegno politico e la propria sessualità. Non tutte le donne sono delle performer post-porno o delle Femen, non tutte vogliono portare avanti la battaglia per i propri diritti usando il proprio corpo e la sua immagine pubblicamente. L’essere un soggetto/oggetto di piacere sessuale è una parte di sé che si può voler mostrare solo ad alcune persone e oscurare ad altre. Consapevoli del fatto che troppo spesso è richiesto alle donne di porsi come esseri sessuali anche in contesti in cui la sessualità non c’entra nulla, come sul posto di lavoro, non penso sia scorretto voler scindere i diversi ambiti della propria esistenza.

hm3[1]Certo, non c’è alcun male nel voler farsi scattare delle foto eccitanti, sia per manifestare la propria sessualità, sia
per gioco, sia per eccitare se stesse o i propri partner. Ma la pubblicazione deve passare per un consenso esplicito dell’interessata. In fondo, Hunter Moore, definito “l’uomo più odiato su internet“, che nel 2010 ha creato isanyoneup.com, un sito per la raccolta di materiale da porno-vendetta che ha avuto due anni di vita prima di finire offline, si difende spesso con queste parole: “nessuno ti ha puntato una pistola in testa e ti ha fatto fare queste foto”. D’accordo, e nessuna deve vergognarsi per averle scattate, aggiungo, ma è necessario il consenso alla pubblicazione.

 

http://www.youtube.com/watch?v=GAcXjjD3nYg

 

Vivere una relazione di coppia significa esporsi necessariamente a vulnerabilità, affidarsi all’altro. Anche nel caso in cui il tutto finisca miseramente, con rancori e ingiustizie, farsi garanti dell’intimità che si è condivisa con il proprio ex partner è un imperativo, una questione, in fondo, di stile. E, come diceva Georges-Louis Leclerc de Buffon, “lo stile è l’uomo stesso“.

 


Il prossimo articolo affronterà il problema della definizione della pornografia, analizzando in particolar modo quella proposta da Michael Rea – filosofo -, per cercare di capire se il materiale usato per una porno-vendetta e, in generale, quello prodotto non professionalmente per uso privato sia propriamente pornografico o meno.

 

 

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One response to “Porno-vendetta

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